Riportiamo il testo della lettera inviata il 7 aprile 2020 al Ministro dell’Interno e al Capo della Polizia:

“Illustrissimo Signor Ministro,

            sapevamo essere incerto il quando, ma non il se gli effetti della pandemia avrebbero cominciato a diffondersi anche tra le fila degli operatori delle Forze di Polizia.

            E i primi a saperlo, ad averne piena coscienza, erano proprio i diretti interessati, le Donne e gli Uomini in divisa che sono stati chiamati, come le altre categorie impegnate sul fronte del contrasto a questo nemico subdolo e invisibile, ad una sistematica esposizione al contagio per proteggere, nel rispetto del vincolo assunto con il giuramento di fedeltà alla Repubblica, l’interesse supremo della tutela della collettività.

            In tutto questo le Organizzazioni sindacali della Polizia di Stato – il Siulp in prima fila tra di esse – ad eccezione di qualche sparuto caso, hanno cercato di attenersi ad una modalità comunicativa ispirata al più rigoroso senso di responsabilità che, in una drammatica congiuntura quale quella che stiamo attraversando, è parso sin da subito essere l’unico possibile paradigma per dare un quanto più fattivo contributo alla gestione della crisi pur non venendo meno al proprio mandato di tutela dei lavoratori.

            E con ciò non vogliamo sottacere che vi siano questioni non risolte e che richiedono interventi anche urgenti, come sta garantendo il Dipartimento della P.S. in questa fase, per correggerle, ovvero che tutto stia andando bene e non c’è niente che non va. Nulla di questo. Giacché anche per queste questioni sta prevalendo il senso di responsabilità nel dettare i modi degli interventi sindacali per raddrizzare tutto quanto non segue il solco delle direttive emanate.

            Per le polemiche, infatti e per stigmatizzare i comportamenti sopra le righe – ed in spregio delle direttive centrali e del buon senso – da parte di alcuni vertici territoriali dell’Amministrazione, che hanno dato mostra, una volta di più, di non essere sempre adeguati al delicato ruolo al quale sono preposti, non mancherà l’occasione quando tutto questo sarà passato.

            Né ci siamo appassionati, al contrario di taluni, a divulgare, come propria attività principale quando non unica addirittura, didascaliche informazioni circa la diffusione del contagio all’interno di uffici o articolazioni periferiche più o meno numerose, esponendo i malcapitati di turno ad un supplemento di sofferenza morale di cui certo non sentivano il bisogno.

            Queste riflessioni, invero, lasciano irrisolto quello che rischia di essere un tema di cruciale importanza che, a nostro sommesso avviso, merita di essere posto alla Sua autorevole attenzione e, per Suo tramite, di essere trattato a livello governativo.

            Le percentuali di guarigione, per quanto rassicuranti, non sono certo di conforto alle famiglie di quanti non ce l’hanno fatta. E in tal senso speriamo che i numeri non siano destinati a crescere con progressione esponenziale, stante la raccapricciante iperbole della curva pandemiologica. Né ristora coloro che, avendo contratto il virus e pur avendo superato la fase critica della malattia, di sicuro porteranno con loro i segni indelebili della stessa anche con conseguenze invalidanti rispetto ai rigidi parametri che regnano la idoneità ai servizi di polizia.

            A rafforzare questa nostra preoccupazione, mette conto evidenziare come, diversamente dai primi riscontri, la malattia si sia rivelata letale anche in soggetti apparentemente sani, o comunque non affetti da pregresse patologie debilitanti; ovvero, anche per coloro che fortunatamente sono riusciti a superare la fase critica, pare si manifestino gravi importanti esiti che, in alcuni casi, potrebbero risultare persino invalidanti anche per le normali attività di vita quotidiana.

            Per quel che a noi maggiormente interessa, già abbiamo avuto notizia dei primi dolorosi epiloghi che hanno riguardato Donne e Uomini in uniforme andati incontro al triste destino.

            Premesso che non sempre l’alea – che nella maggior parte dei casi è stata sicuramente il fattore determinante dell’infezione – può bastare a spiegare il contagio, è semmai vero che, con riferimento agli operatori delle Forze di Polizia, il quadro eziologico induce al ragionevole convincimento che la malattia è stata contratta quale diretta conseguenza dell’adempimento dei doveri di servizio.

            Ipotesi al ricorrere della quale, a nostro avviso, sussisterebbero quindi i presupposti per ascrivere a causa di servizio l’eventuale infausto evento.

            Laddove ci si trovasse di fronte ad una simile estrema conseguenza, riteniamo non si debba costringere – come già avvenuto in passato anche per altri nostri valorosi colleghi – chi già si trova a piangere la perdita di un proprio congiunto o ad affrontare gli esiti nefasti che la malattia ha causato, ad intraprendere un defatigante iter processuale affinché lo Stato sia chiamato a riconoscere il doveroso sostegno attribuito ai caduti per ragioni di servizio o comunque a coloro che debbono rientrare nello status di vittima del dovere.

            Nell’ottica di una razionale trattazione della questione si dovrebbe allora, sin da subito, disporre che, nel momento in cui i postumi dell’epidemia o, peggio ancora, nei casi estremi del decesso derivante da contagio del virus Covid 19 interessi un appartenente alle Forze di Polizia, tale condizione sia riconosciuta come causa dipendente dal servizio e possa essere anche valutata come vittima del dovere.

            A supporto di tale tesi, e anche per evitare l’ennesima sperequazione in danno dei poliziotti rispetto ad altri che si avvalgono delle tutele dell’INAIL, è doveroso citare la circolare nr.13 del 3 aprile u.s. del richiamato Istituto che ha stabilito che le infezioni da coronavirus avvenute negli ambienti di lavoro o a causa dello svolgimento dell’attività lavorativa, saranno tutelate a tutti gli effetti come infortuni sul lavoro.

            Ciò premesso riteniamo doveroso prevedere una norma che sancisca siffatte situazioni come elementi utili al riconoscimento della dipendenza da causa di servizio, per gli appartenenti alla Polizia di Stato e più in generale alle Forze di polizia.

            Parimenti è auspicabile già da ora prevedere tutte le specifiche attività istruttorie, tali da assicurare la massima trasparenza e la più agevole trattazione sul piano amministrativo per poter ricostruire il rapporto causale necessario all’erogazione dei corrispondenti ristori economici al dipendente o ai superstiti.

Dovendo le presenti suggestioni essere intese quale stimolo per gli approfondimenti che saranno ritenuti più opportuni, siamo certi che la Sua comprovata sensibilità ed il Suo alto senso di responsabilità sapranno dare ad essi il giusto seguito.

            Cogliamo l’occasione per rinnovare i nostri sensi di stima ed apprezzamento per i modi sobri e rassicuranti con cui sta dimostrando, oltre alla non comune saldezza nella direzione del nevralgico dicastero presieduto, la Sua vicinanza alle Donne e agli Uomini della Polizia di Stato.

            Cordialissimi saluti.”

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