Prendiamo atto con soddisfazione dell’apprezzabile contributo ermeneutico offerto dal Procuratore Capo della Repubblica di Modena Dottoressa Lucia Musti, che ha consentito, a noi ed ai cittadini, di meglio comprendere i profili giuridici sottesi alla decisione di non convalidare l’arresto di uno straniero irregolare e pluripregiudicato, benché il medesimo, coinvolto in una rissa con altri non meglio individuati stranieri, fosse stato fermato dagli operatori delle Volanti intervenute mentre brandiva una mannaia. E ringraziamo l’autorevole Procuratore non già perché a noi, come ai colleghi di Modena, sfuggissero i contorni normativi che presidiano gli istituti dell’arresto in flagranza. Quanto perché sono proprio le sue parole a confermare l’inadeguatezza di una legislazione che, come da tempo invano andiamo affermando, non prevede opportune risposte all’inquietante allarme sociale provocato da condotte di sconcertante gravità.

Una situazione disarmante che ingenera un irrecuperabile disagio tra gli operatori delle forze dell’ordine, oggettivamente impossibilitati a dare soddisfacenti risposte alla legittima e sacrosanta richiesta di sicurezza e garanzia della pacifica convivenza che i cittadini, parimenti inascoltati, invocano.

Condividiamo quindi e facciamo nostro il grido di allarme con il quale il Siulp di Modena ha denunciato il senso di isolamento che affligge i poliziotti, e che non va in alcun modo inteso come una critica all’operato dell’Autorità Giudiziaria. La quale, come ben ha spiegato il Procuratore Capo di Modena, non può che agire in ossequio ai dettami codicistici.

Ma c’è evidentemente qualcosa di stridente in un sistema che consente ad un criminale di conclamata pericolosità sociale di poter circolare liberamente armato di una mannaia senza che nei suoi confronti sia possibile azionare una qualsivoglia forma di coazione. E questo vale, beninteso, più in generale, per tutti quei casi che destabilizzano l’opinione pubblica ed accrescono la percezione di insicurezza dei cittadini, e per i quali l’ordinamento giuridico non fornisce soluzioni praticabili nell’immediatezza.

È, insomma, un monito al legislatore quello che il Siulp, da tempo, lancia ogni qualvolta vicende quali quelle di cui oggi siamo a discutere animano il dibattito sull’inefficacia della potestà punitiva dello Stato, oggi vincolata dal rispetto di asettici limiti edittali in ossequio ai quali le porte del carcere si aprono solo in presenza di pene superiori ai quattro anni di detenzione. È quindi indifferibile una immediata novellazione dell’attuale disciplina processual – penalistica che ammetta la restrizione in carcere ogni qualvolta si abbia a che fare con condotte potenzialmente in grado di aprire ferite insanabili nel tessuto sociale. Occorre in altri termini passare dalla certezza dell’impunità alla certezza della immediata attivazione dei dispositivi detentivi, a prescindere dalla pena in concreto applicabile, per scongiurare l’affermazione di insanabili derive criminali.

Non è, in definitiva, della perdita di dignità dei poliziotti che discutiamo. Quanto della lesione all’onorabilità dello Stato – di cui i poliziotti, che da anni sono al vertice dell’indice di gradimento tra le varie Istituzioni, sono la manifestazione più avanzata che si interfaccia con i cittadini – alimentata dai distorti effetti di un quadro normativo di riferimento che, lungi dal garantire l’affermazione della legalità, si rivela essere incubatore di fermenti criminogeni.

A margine sia infine consentita una riflessione di chiusura, suggerita dagli innumerevoli spiacevoli riscontri che ci restituisce la cronaca quotidiana. Non solo la legge, nei confronti di chi non ha nulla da perdere, non appronta risposte punitive adeguate. Ma pure si presta ad essere interpretata con severo rigore – come in effetti regolarmente accade – nei confronti dei poliziotti che, per poter onorare la loro mission professionale, ossia garantire alla collettività adeguati standard di sicurezza, sono sistematicamente sottoposti ad un draconiano vaglio del loro operato. Nessuno si stupisca, quindi, se il Siulp, come avvenuto a Modena, denuncia pubblicamente il disamoramento che attanaglia le donne e gli uomini che chiedono solamente di poter assolvere ai doveri che discendono dall’uniforme che indossano.

Ci si dovrebbe semmai interrogare sulle ragioni per le quali, nonostante l’innegabile evidenza delle criticità in disamina, in questa battaglia di civiltà i poliziotti ed il Siulp sono lasciati soli.

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